LUNEDÌ 4 APRILE 1983
da “Il Veterano Sportivo” Marzo – Aprile 1983
LE OLIMPIADI ANTICHE 1a PARTE TRA STORIA E LEGGENDA
Le origini dei Giochi Antichi, descritte in questa prima parte dal nostro socio Angelo Ciofi (Roma)
Sull’origine dei Giochi Olimpici esistono diverse versioni tutte più o meno leggendarie. Una di queste ne attribuisce la istituzione nientemeno che ad Ercole, figlio di Giove. Si narra infatti che il famoso eroe, non avendo ricevuto dal re Augia il compenso pattuito per la pulizia delle stalle (era questa la settima delle dodici fatiche) armò un esercito con cui sconfisse quello dell’ingrato re che uccise con tutti i suoi figli.
Per manifestare successivamente la sua gratitudine a Giove per la vittoria conseguita, organizzò delle grandi gare a cui avrebbero preso parte Apollo vincitore nella corsa, Mercurio e Marte vittoriosi nel pugilato. Un’altra leggenda ne attribuiva la fondazione a Giove che avrebbe gareggiato ad Olimpia disputando a Cronos il dominio del mondo. Certo è comunque, al di fuori di ogni mito o leggenda, che competizioni sportive ebbero luogo tra i Greci fin dai tempi più remoti come testimonia lo stesso Omero che nel canto XXIII dell’Iliade descrive minuziosamente le gare sportive indette da Achille in onore di Patroclo durante le quali si disputarono prove di corsa a piedi e con cavalli, di lancio del disco e giavellotto nonché di pugilato e lotta.
Difficile è far luce nello sfondo nebuloso delle antiche vicende, lì dove storia e leggenda si fondono a tal punto che riesce impossibile dividere l’una dall’altra.
L’inizio ufficiale delle Olimpiadi antiche (e di cui si possiede una certa documentazione storica) si fa risalire al 776 a.C. e se ne conosce persino il fondatore.
Il re di Elide, Ifito, nell’intento di porre fine alle sanguinose lotte che devastavano il Peloponneso, stabilì con Licurgo re di Sparta una tregua per celebrare la quale venne deciso di organizzare dei Giochi. Si stabilì inoltre che gli stessi avrebbero dovuto avere ricorrenza quadriennale (furono perciò detti penteterici), che durante il loro svolgimento nessun popolo avrebbe dovuto far ricorso alle armi e che si sarebbero dovuti svolgere nella zona sacra di Olimpia. Da qui il nome di Olimpiadi. I termini della tregua vennero incisi in un disco di bronzo che Pausania, storico del II secolo dopo Cristo, racconta di aver visto in un tempio di Olimpia. Diceva l’iscrizione: Olimpia è un luogo sacro. E chi osi penetrare in esso a mano armata, sarà considerato sacrilego. E lo stesso accadrà a chiunque il quale, pur potendolo, non punisca una simile infamia.
Olimpia, più che una città era infatti un luogo sacro. Situata nell’Elide, nella parte occidentale del Peloponneso, si stendeva nella valle dell’Alfeo sulla riva destra di quel fiume nel punto in cui vi confluisce il Clodeo a circa dieci chilometri dal mare.
Abitata in permanenza soltanto dai sacerdoti e dai custodi dei templi, si popolava di gente solo in occasione della imminenza dei giochi.
In Olimpia vi era un recinto sacro chiamato Altis, a forma di quadrilatero irregolare lungo 200 metri e largo 175 in cui erano raccolti i templi dedicati agli dei, il più importante dei quali era quello di Zeus, sotto la cui navata centrale era situata la colossale statua che lo scultore Fidia gli aveva dedicato. Nel recinto erano anche situati gli alloggi per i giudici delle gare e per le altre personalità convenute in occasione dei giochi.
Fuori dell’Altis sorgeva lo stadio, a forma di rettangolo, lungo 212 metri per 32 e capace di 45.000 spettatori!
Sul lato occidentale sorgeva la palestra a forma di quadrilatero che comprendeva un ampio cortile centrale delimitato da imponenti colonne, più a sud era situato l’ippodromo.
Prima dell’inizio dei giochi, il cui svolgimento avveniva sempre d’estate tra luglio ed agosto, araldi e messaggeri si recavano nelle più sperdute contrade della regione annunciandone l’imminente inizio ed invitando le città ad inviarvi dei loro rappresentanti. I Giochi dapprima riservati alle genti circostanti, vennero successivamente estesi anche a quelle del Peloponneso ed infine a tutto il mondo greco e poi romano.
Tutti i concorrenti dovevano adunarsi, un mese prima, nella città di Elide, distante cinquantotto chilometri da Olimpia ed ivi sottoporsi a strenui allenamenti terminati i quali si recavano con un cammino di due giorni ad Olimpia percorrendo la via Olimpica. Prima di iniziare le gare, pronunciavano un solenne giuramento nel tempio di Giove affermando di gareggiare nel pieno rispetto dei regolamenti. Questa ultima formalità, contrariamente a quanto avviene oggi, incombeva anche ai giudici di gara a cui erano affidati sia il compito di curare il regolare svolgimento delle gare, sia quello di mantenere l’ordine pubblico, in quest’ultima funzione coadiuvati dagli Alui, specie di polizia del tempo.
In numero di dieci e successivamente di dodici, gli Ellanodici, questo era il loro nome, erano circondati della massima considerazione, tanto che sedevano negli stadi ai posti d’onore ed avevano tali poteri che non di rado facevano uso della frusta per richiamare al dovere qualche concorrente scorretto o qualche spettatore eccessivamente molesto. Altra importante funzione loro assegnata era quella di decidere sui requisiti di ammissibilità ai giochi dei vari concorrenti.
Fino alla 77a (472 a.C.), i giochi erano concentrati in una sola giornata. Ma a partire dalla successiva ne fu estesa la durata a cinque.
Il primo giorno era dedicato allo svolgimento di riti sacrificali in onore degli dei. Nel secondo si svolgevano le gare riservate ai giovanetti e solo nel terzo si entrava nel vivo delle competizioni vere e proprie che si protraevano fino al quarto. L’ultimo giorno era infine dedicato al tripudio ed al trionfo dei vincitori ai quali venivano tributati grandi onori.
Al vincitore infatti, dopo che gli araldi ne avevano gridato a gran voce il nome seguito da quello del padre e della città natale, il primo degli Ellanodici poneva sul capo una corona d’olivo, l’albero sacro.
In seguito, i campioni delle Olimpiadi venivano fatti oggetto di un vero e proprio culto. Era loro concesso il diritto di farsi erigere una statua in Olimpia, poeti ed artisti dedicavano loro un epinicio, godevano della proedria, cioè del diritto di sedere in prima fila nei teatri e combattevano in battaglia in prima linea accanto al re. Altro non trascurabile privilegio era l’esenzione perpetua dal pagamento delle tasse.
Ai giochi non potevano assistere le donne maritate: l’unica eccezione era consentita per la sacerdotessa di Demetra che sedeva nei posti d’onore. Le spose che non rispettavano questa disposizione venivano precipitate giù dalle pendici del monte Tipeo.
Angelo Ciofi







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